Bernardo Bellotto e Varsavia. La città raffigurata dagli occhi di un italiano

Di male in peggio. Macerie su macerie. Ammassi su ammassi. Non so che cosa ci aspettavamo. Del resto si sapeva che di via Krucza o di via Wilcza erano rimasti solo monconi e nient’altro. Forse, qua e là, ancora qualcosa, mezza casa o una casa e mezzo. Ma ormai non aveva più senso. […] Era proprio così, ormai c’era la calma. Fine. Tutto passato. Duemila persone sopra le macerie. Insieme a Varsavia”.

Così Miron Białoszewski nel suo “Pamiętnik z powstania warszawskiego” descriveva Varsavia dopo due mesi di bombardamenti ed efferatezze iniziati il primo agosto del 1944, sfiorita sotto l’orda di un aberrante disegno politico.

La Varsavia elegante, la Parigi del Nord, fu distrutta quasi totalmente durante la Seconda Guerra Mondiale. Circa l’85% del centro storico venne raso al suolo, insieme a tutte le speranze della resistenza polacca, nonostante la strenua opposizione.

Eppure oggi possiamo camminare tra le vie della città vecchia, nell’incantevole Stare Miasto perdersi tra i colori caldi dei mattoncini di una Varsavia dei secoli scorsi, leggere su di essi la storia dei Sobieski, Sassoni, Waza, Poniatowski, essere sospesi tra passato e presente. Varsavia è una Fenice che rinasce con gli abiti fedeli del suo insigne passato, prima che la Polonia venisse spartita e cancellata dalle cartine d’Europa. Com’è possibile considerando che l’unico quartiere ad essere rimasto indenne sotto i bombardamenti nazisti fu il quartiere Praga? La medesima zona da cui i sovietici osservarono per mesi l’annientamento della capitale polacca, fu l’identica da cui Bernardo Bellotto realizzò una delle sue vedute prese come modello per la ricostruzione della Fenice polacca. L’artista nostrano viaggiò e prestò servizio presso diverse e prestigiose corti europee, prima a Dresda, poi a Vienna chiamato dall’Imperatrice stessa, successivamente a Monaco di Baviera, nuovamente Dresda ed infine Varsavia

Nelle opere del Bellotto è immortalata quella Varsavia nel pieno élan vital culturale ed illuminista, la cui acme è stata raggiunta con l’ultimo re di Polonia StanisławII August Poniatowski. Attraverso questi due personaggi, possiamo leggere alcune delle tante inimitabili pagine di storia della sorellanza tra l’Italia e la Polonia.

Egli fu per essi un vero mecenate; nessuno fu largo come lui nel rimunerare, nel tenere in alto pregio l’arte e gli artisti nostri. I benefizi loro accordati, i premi distribuiti, i lavori ad essi affidati, sono altrettanti titoli di gratitudine. Durante il suo regno concesse patenti di nobiltà e di naturalizzazioni a ben 68 italiani, numero non mai raggiunto sotto i precedenti regni.”1, così lo scrittore Oreste Ferdinando Tencajoli ha descritto il sovrano polacco, da cui evinciamo l’italianità come uno dei caratteri precipui della corte, inserendosi in una secolare tradizione di scambi reciproci tra i due paesi. L’emigrazione degli italiani verso la Polonia ebbe un ragguardevole sviluppo nel XVI secolo, dopo il matrimonio tra il re Sigismondo I e Bona Sforza. Costei chiamò presso la corte reale diversi artisti italiani, per adornare reggia e chiese a Cracovia con l’elegante tocco italiano, avviando un distintivo métissage artistico-culturale tra le corti reali polacche e gli artisti italiani, alcuni dei quali godettero anche di favori e onorificenze. Con il re illuminista Stanislao questo incrocio raggiunse livelli molto alti: l’italianità della corte di Poniatowski risiedeva nel suo stesso sangue. “Che Stanislao Augusto fosse della famiglia dei conti Torelli di Montechiarugolo, – una fra le più antiche ed illustri d’Italia, – non vi è più nessun dubbio: tutti i genealogisti sono d’accordo nell’ammetterlo ed il nostro Litta in primo luogo”.2 I Torelli sono un’antica famiglia italiana, originaria di Ferrara, propagatasi poi in molte città d’Italia (Fano, Bologna, Firenze, Foligno, Forlì, Napoli e Pavia), in Francia e in Polonia. Qui il ramo prese il cognome Poniatowski a cui appartenne il nostro re amico degli italiani. Persona affabile, estimatore della cultura e delle lingue straniere, seguace delle idee illuministe, fece della sua Corte una delle più importanti e vive di tutta Europa. Gli italiani occupavano posti speciali e l’italiano era il secondo idioma a Corte.

Tra essi il nostro Bernando Bellotto, nipote di Antonio Canal, molto più noto con l’appellativo di Canaletto, il padre del vedutismo veneto. Già da bambino venne introdotto nella bottega dello zio, impegnato nell’apprendistato. Ma il giovane Bellotto non rimarrà a lungo nella Serenissima, nel 1740 iniziò a viaggiare, prima in Italia e poi all’estero, alla ricerca di una propria realizzazione lontano dall’ombra dello zio. Durante quel periodo il suo stile cominciò ad affermarsi, con dei colori molto più freddi e più corvini, oscurità più accentuate e atmosfere meno auree. Nel 1766 Bellotto partì alla volta della corte di Caterina II ma durante il viaggio si fermò a Varsavia, presso la corte di Poniatowski. Conquistato dal sovrano illuminato e liberale, ammaliato da Varsavia, dalle sue contraddizioni, dal fascino delle chiese barocche, e dei palazzi, dalla realtà misera dei rioni più poveri, dalle estese pianure polacche, dalla varietà della popolazione. Diventò pittore ufficiale due anni dopo.

Si rivelò essere un pittore prolifico, in quanto dal suo arrivo alla morte, avvenuta nel 1780, si contano 57 opere. Tra esse vi erano le famose vedute di Varsavia, in numero di 30, di cui ne rimangono 24. A Varsavia Canaletto dipinse anche vedute di Roma e tematiche storiche”. 3

La peculiarità delle sue vedute risiede in una tecnica quasi foto-realistica ricca di dettagli, tali da fornirci un quadro chiaro dell’architettura, della società, delle persone e delle differenti condizioni di vita e di lavoro del passato, rendendo il nostro Bellotto un fotoreporter ante litteram; ed è proprio durante il periodo polacco che la veduta diventò sempre più un documento con al centro il soggetto storico. L’opera bellottiana è un’indagine del contesto storico-sociale condotta con una una realistica e malinconica poetica sfociata in una magnificente bellezza pittorica di ampi e lirici panorami dalle armoniose cromature e chiaroscuri. La veridicità delle sue opere ha fatto sì che i varsaviani potessero costruire il centro storico dalle rovine e macerie, così com’era nel Settecento, così com’era nel suo secolo d’oro, prima che le ingerenze straniere la soffocassero. “Uno degli studiosi calcolò che in quel tempo i varsaviani inalavano l’equivalente di quattro mattoni ogni anno. Dovevano amare la loro città per volerla ricostruire anche a costo della loro respirazione. Fu forse per questo motivo che, dai campi di battaglia di macerie e detriti, Varsavia divenne ancora una volta la vecchia Varsavia, l’eterna Varsavia… i varsaviani la riportarono in vita, riempiendo i suoi mattoni del loro caldo respiro”.4

La cooperazione tra proto-fotografia bellottiana, lavoro di architetti, storici dell’arte e sovrintendenti polacchi hanno fatto rinascere la Città vecchia in tempi brevissimi, molti dei lavori sono terminati nel 1955 e i restanti sono stati completati trentanni dopo. Ventidue vedute sono sopravvissute alla carneficina e sono attualmente esposte nella stanza del Canaletto nel Castello reale. In queste opere, tra un chiaroscuro e un altro, tra una sfumatura fredda e una calda, possiamo apprendere alcune delle tante trame storiche della sorellanza tessute tra Italia e Polonia.

Citazioni fluttuanti

1 Re polacco Stanislao II Augusto Poniatowski – un vero amico degli italiani