Il Secondo Corpo d’Armata Polacco e la Battaglia di Montecassino : i combattenti dimenticati della Liberazione.

Per la nostra e la vostra libertà” è il motto del poeta Adam Mickewicz che con la Legione Polacca aveva preso parte alle Cinque Giornate di Milano del 1848. Lo stesso anno in cui Goffredo Mameli aveva scritto i versi della canzone “Fratelli d’Italia” nella quale troviamo i toccanti versi “Già l’aquila d’Austria, le penne le ha perdute, il sangue d’Italia e il sangue polacco, bevè con il cosacco, ma il cor le bruciò”. La storia polacca e quella italiana hanno un legame profondo, consci di di questo passato rispettabile passato, Władysław Anders e i suoi uomini sbarcarono in Italia per liberarla dall’occupazione tedesca, affrontando la Wehrmacht in pesanti e fatali combattimenti.

La storia presenta sempre voci sottaciute, parole non scritte e non proferite, una di queste è data dal II Corpo d’Armata Polacco e il ruolo che ha avuto per la Liberazione del nostro paese. A distanza di decenni ancora non viene riconosciuto nella giusta maniera il ruolo di questi uomini, rappresentanti di una nazione più volte cancellata dalle cartine, sventrata in due nell’autunno del 1939, a ovest da Hitler a Est da Stalin. Varsavia, un tempo denominata la Parigi del Nord, viene rasa al suolo, ed la città maggiormente distrutta durante il il secondo conflitto mondiale. Le scene de “Il pianista” ben rappresentano la desolazione, il senso di abbandono da tutto il resto del mondo, quando il protagonista Wladyslaw Szpilman interpretato da Adrien Brody cerca riparo avvilito, tra le stradine di Krakowskie Przedmieście.

Il 23 agosto del 1939 vennero stese alcune delle pagine più scellerate, aberranti, di tutta la storia dei trattati e della politica internazionale: è la data del patto Molotov Ribbentrop. L’elenco delle empietà contenute al suo interno erano molteplici, ma l’efferatezza principale, dettata da quell’espansionismo malato e ingordo, figlio del sentimento di superiorità verso l’altro è la spartizione della Polonia, che doveva scomparire delle mappe, divisa tra l’uno e l’altro.

Mi sovvengono alla mente le lezioni della mia docente di Storia contemporanea, Mariuccia Salvati, quando parlò del ‘900 come il secolo delle guerre sul corpo, dove il corpo è protagonista, nel fango e freddo delle trincee, nel tempo sospeso incerto delle fasi di stanziamento, nel futuro deciso da terzi, negli esodi forzati, nello stupro, nella subalternità imposta. I Polacchi e la Polonia sono dei “corpi” emblematici per capire meglio i “non limiti” delle nefandezze di alcune ideologie. Dopo più di mezzo secolo, ancora se ne parla poco. Sarebbe presuntuoso e pretenzioso da parte mia colmare questo vuoto, ma vorrei dare un mio piccolo e sommesso contributo.

Il primo e il diciassette settembre del 1939 sono le date fatali dell’invasione e dello strozzamento della nazione, prima l’esercito della Wehrmacht, poi l’Armata Rossa nelle regioni orientali. Il 27 settembre Varsavia capitola, sola, senza l’aiuto degli alleati. Sia da una parte che dall’altra dominano le politiche di dominio e sterminio, non solo della classe militare ma di tutta quella che sarebbe stata la generazione futura che avrebbe potuto risanare e far rinascere la Polonia. Alcuni polacchi riuscirono a scappare in Francia, dove prese vita il governo polacco in esilio, con Wladyslaw Sikorski nelle vesti di primo ministro. Sempre Sikorski organizzò il nuovo esercito che si batté eroicamente sui fronti francesi, in Norvegia e nell’Aeronautica britannica. A Est la sorte dei polacchi fu molto più dura, amara, difficile. L’Armata Rossa imprigionò oltre un milione e mezzo di Polacchi, sia militari che civili, e li deportò in Russia. “Durante tutte le operazioni belliche, la propaganda sovietica si è posta un obiettivo primario : l’eliminazione del corpo ufficiali dell’Esercito polacco” e delle nuova generazione civile polacca, ammazzando e trucidando per strada anche bambini e anziani. “[…]più di un milione di civili erano stati deportati in Russia, senza ragione alcuna, e confinati nei deserti del Kazakistan e in Siberia. Non si trattava di soldati, ma di insegnanti, medici,proprietari terrieri e contadini, avvocati, giornalisti, magistrati, commercianti agenti di polizia, preti e rabbini: insomma,tutti i componenti della classe dirigente polacca, con le rispettive famiglie, imprigionati e stipati su carri bestiame, in una spaventosa promiscuità, allo scopo di rendere acefala la società polacca.” In questo contesto che circa 22.000 ufficiali polacchi furono prima arrestati e reclusi e, nella primavera del 1940, trucidati a Katyń e in altre località. Alcuni riuscirono a sottrarsi, tra questi vi è il valoroso generale Wladyslaw Anders che scriverà nel suo libro Un’armata in esilio “le celle comuni del carcere erano superaffollate. Ciascuna avrebbe dovuto contenere dodici prigionieri, ma ve ne erano cento e più. Le condizioni di vita erano semplicemente spaventose. Durante gli interrogatori, gli arrestati erano sottoposti a torture orribili : fustigati, calpestati, tenuti sospesi per gli arti come nei tempi medievali. Non soltanto uomini, ma anche donne e adolecenti subitono simili torture”, frutto delle sofferenze nelle carceri di L’viv e Lubianka, dove per 2 anni fu umiliato, torturato, vessato, impossibilitato a lavarsi, a curarsi le ferite,lasciato a 30 gradi sotto zero con solo una maglietta di cotone. Non aiutavano le notizie del primo anno di guerra provenienti dai fronti dove dominavano sia i tedeschi che i russi. Il temerario generale sapeva che quell’innaturale sodalizio sarebbe ben presto naufragato. Cosa che avviene il 22 giugno del 1941 con l’Operazione Barbarossa.

Le sorti stanno cambiando, la Russia doveva difendersi, avvicinarsi agli Alleati, accettare il governo polacco in esilio e, di conseguenza, liberare i prigionieri polacchi nei territori dell’URSS. Un primo incontro avvenne a Londra il 3 luglio 1941 tra il Governo polacco in esilio ed una delegazione sovietica, seguito da un patto militare firmato il 14 agosto 1941. Con questi accordi veniva concessa un’amnistia ai prigionieri e consentito loro di arruolarsi nella nuova armata che si sta costituendo sul territorio sovietico. L’amnistia rappresentò la salvezza per molti di essi. Giungiamo all’alba di una nuova armata, il II Corpo d’armata Polacco, il cui comando fu affidato al generale Anders, liberato dai sovietici il 4 agosto 1941.

La ricostruzione dell’Esercito avvenne in condizioni estreme, di povertà e mancanze pullulanti, dall’assenza di medicine, vettovaglie scarse, lenzuola, abbigliamento consono, tutti elementi che favorivano la diffusione di diverse malattie che decimavano le unità che si stavano costituendo. Nei ranghi dell’Esercito polacco mancavano gli ufficiali in precedenza catturati dai sovietici; di essi ne affluirono soltanto 448. Dov’erano? Il generale Anders chiese immediatamente spiegazioni alle Autorità di Mosca, le quali solevano tergiversare con toni vaghi. Soltanto nell’aprile del 1943, in un bosco vicino alla località di Katyn saranno rinvenuti i corpi di alcune migliaia di ufficiali, fucilati dai reparti speciali del Nkvd. L’astio per l’ennesimo affronto condussero Anders a voler trasferire le truppe fuori dai confini dell’URSS, al fine di allontanarsi dal controllo delle Autorità sovietiche e dal freddo. Iniziò la grande avventura del II corpo d’Armata Polacco in Medio Oriente, tra marzo e luglio del 1942, le truppe polacche furono trasferite in Persia, a Pahlevi e Teheran, e addestrate per l’esordio sul fronte di guerra. Nel marzo del 1943 proseguirono la loro preparazione nel Nord dell’Iraq, dove vennero istruite sulle tecniche di guerra in montagna e, successivamente, trasferite in Palestina e in Egitto. Il Generale si batté affinché pure i civili lasciassero i territori in cui avevano conosciuto solo svilimenti,malattie, soprusi, fame e freddo. Molti e molte raggiunsero la libertà solo in cuor proprio, morendo sfiancati e deperiti durante il lungo viaggio.

Il 22 luglio del 1943 il generale Maitland Wilson comunicò al generale Anders che la formazione del II corpo d’armata polacco entrava a far parte dell’VIII Armata britannica, impegnata sul fronte italiano. Le truppe alleate erano già entrati nella penisola avanzando rapidamente senza trovare grosse resistenze, d’altronde l’Italia aveva sfiduciato Mussolini in favore del maresciallo Pietro Badoglio ed era prossimo a una resa e alla fine dell’ allenza con i tedeschi. L’8 settembre , poco dopo l’annuncio dell’armistizio italiano, un primo soldato, Ferzante Gonzana del Vodice, venne assassinato , dopo aver rifiutato di consegnarsi ai tedeschi. Era l’inizio della Resistenza. Si succedettero centinaia di episodi in cui gli italiani mostraro un sentimento di rivalsa e indipendenza nei confronti dei tedeschi, non solo sul proprio territorio, ma anche in Grecia, nei Balcani, e in Francia.

Il coraggio dell’ ”Altra Italia” giunse alle orecchie di Anders e i suoi collaboratori che “riconobbero in quei valorosi soldati italiani gli autentici componenti di un popolo tradizionalmente legato alla Polonia da amicizia e rispetto.” L’Italia era una terra molto vicina ai polacchi, proprio nella penisola il Generale Dabrowski più di un secolo prima aveva combattuto al fianco degli italiani per riscattare entrambe le patrie(la Polonia era stata spartita da Russia, Prussia e Austria). A Reggio Emilia , nel 1797, era stata composta la Mazurka Dabrowski che nel 1927 diventerà l’inno nazionale polacco. Il 1797 è stato l’anno in cui è nato il tricolore italiano.

Nel dicembre del 1943 le autorità britanniche e governo polacco decisero di impiegare il II Corpo d’Armata Polacco sulla Linea Gustav durante la primavera successiva con l’obiettivo primario e immediato di conquistare Roma, ma su tutte le strade che vi conducono c’era la presenza dei tedeschi. L’unica opportunità è data dalla Valle del Liri, con l’imponente bastione di Montecassino, anch’esso oramai caduto in mano nemica. L’abbazia di Montecassino, una delle più note al mondo, è anche il simbolo cristiano più antico, la cui costruzione era iniziata nel 529 per volere di San Benedetto che scelse questa montagna per costruire un monastero che avrebbe ospitato lui e i monaci dediti alla preghiera e al lavoro.

Tra gennaio e febbraio l’abbazia fu teatro di un bagno di sangue, distrutta dagli Alleati sotto le direttive del comandante neozelandese Bernard che lo ritenne l’alcova nemica. L’errore fu fatale, al momento degli efferati bombardamenti non c’era nessun tedesco, solo dei preti e dei poveri sventurati civili che avevano trovato rifugio presso un luogo sacro, ritenendolo neutrale anche in tempi di guerra. Centinaia di civili trovarono riposo per sempre tra le macerie. Proprio tra queste e i corpi inermi, i tedeschi celarono meticolosamente le loro batterie e mitragliatrici mortali. L’abbazia militarizzata e armata rendeva inespugnabile la montagna .Fino all’arrivo dei polacchi, i mesi iniziali del 1944 sono un fiume di sangue tra i più esondanti della storia.

Il cielo di quell’aprile era sempre più grigio e appariva sempre più chimerico scardinare il dispositivo difensivo tedesco sulle montagne a Nord di Cassino : questo divienne il compito assegnato all’esercito polacco. Anders si rese subito conto che lo sforzo che avrebbe dovuto compiere il suo esercito era enorme, considerando i quasi 1700 m di altezza, l’asprezza dei combattimenti,e la Prima Divisione Paracadutisti, il reparto migliore del nemico. Ma Anders sapeva di contare su uomini valorosi e motivati, dopo le cruente esperienze nei campi di lavoro e nelle prigioni sovietiche, animati dalla rivincita per la loro Polonia oppressa. “Un successo contro i tedeschi sul fronte di Cassino avrebbe coperto le armi polacche di gloria”.

Il piano prevedeva un attacco su due direttrici, Colle Sant’Angelo e quota 695; ciò significava sfondare la Linea Gustav e investire la Linea Hitler nel punto di sutura dei due dispositivi difensivi: Piedimonte San Germano.

L’offensiva venne preparata nei minimi particolari considerando le difficoltà del combattimento che avrebbero richiesto urgenti scorte di materiali, motivo per cui il comando polacco decise di trasportare ed accumulare una grande quantità di munizioni, viveri ed acqua, e la notte venivano interrati cavi telefonici.

La sera dell’ 11 maggio arrivò l’ordine “Tenersi pronti. Vietato allontanarsi dalle postazioni.” L’ultima battaglia di Cassino era iniziata, sopra la terra tremante, tra le montagne che sembravano incendiare e sotto il cielo illuminato. Non volendo entrare nei dettagli “tecnici”, credo sia più rappresentativo illustrare il momento riportando le parole del combattente Adam Kurlowicz, contenute ne suo libro “I soldati di Anders”.

Mille cannoni univano le voci in un solo ruggito, una tempesta di ferro e di fuoco frantumava rocce e cemento, distruggeva reticolati di filo spinato, dissodava i micidiali campi minati, macinava i corpi di quelli che erano stato sorpresi allo scoperto. Le scie dei proiettili traccianti per gli aggiustamenti di tiro solcavano il cielo, crudeli stelle cadenti in quella notte da tregenda, e quando l’eco delle ultime esplosioni si dissolse infine nel chiarore dell’alba un rombo cupo invase il cielo. Squadriglie di aerei americani e inglesi volavano sopra di noi in formazione così serrata, ala contro ala, da sembrare quasi di toccarsi. Iniziarono a cadere grappoli di bombe su fianchi martoriati della montagna dominata dai resti dell’Abbazia, già distrutta nel mese di febbraio da un precedente bombardamento, e la terra sotto i nostri piedi ricominciò a tremare.

[…]La falce della morte mieteva il suo raccolto e i feriti si lasciavano dietro lunghe scie di sangue[…]e gli ufficiali dovettero fare affidamento su tutto il personale per spingere gli uomini ad un ultimo tentativo : “Avanti soldati, per la Siberia, per tutte le umiliazioni, per il ritorno in Polonia!”.

Il 18 maggio le truppe polacche, stremate e decimate dalla terribile battaglia(4000 uomini tra morti e feriti) riuscirono ad occupare le macerie ormai deserte dell’Abbazia di Montecassino ed innalzare la bandiera nazionale. La notizia della conquista si diffuse e tutti fecero festa. I fantasmi che sembravano difendere quella montagna erano finalmente scomparsi scomparsi, insieme al cielo grigio di aprile. Ora il cielo era terso, la campagna si colorava nuovamente delle sue sfumature primaverili.

La maggior parte degli storici identifica con il 18 maggio 1944, giorno della conquista di Montecassino, la data decisiva che consentì alle truppe alleate di sfondare la Linea Gustav e puntare su Roma; ma in realtà la battaglia non era terminata perché i tedeschi si ritirarono sulla seconda posizione di difesa: la Linea Hitler. Ne seguirà la conquista di Roma e la famosa risalita lungo l’Adriatico, poi lungo Linea Gotica. Ma di questo ne parlerò un’altra volta, magari il prossimo 25 aprile, come oramai vuole la tradizione di Fluttuando sulle Linee. Per chi mi conosce da poco e per chi mi sta conoscendo ora  copio qui l’articolo dello scorso anno sull’arrivo a Bologna e sul Cimitero militare Polacco qui presente.

Anche a Montecassino è presente un cimitero militare, dove riposano le salme dei 1066 soldati caduti voluto e costruito su di un semicerchio ai margini del bosco appena finito il conflitto, da cittadini polacchi in collaborazione con le forze alleate. Tra le salme ritroviamo anche cui il valoroso Anders, morto in Inghilterra nel 1970, ma trasferito dai suoi uomini, come era nelle sue volontà.

All’ingresso troviamo la scritta : “Passante, di’ alla Polonia che siamo caduti fedeli al suo servizio”.

Sull’obelisco eretto in loro onore, leggiamo “Noi soldati polacchi abbiamo dato le nostre anime a Dio, i nostri corpi all’Italia e i nostri cuori alla Polonia. Né retorica, né ridondanza : è la sintesi del sacrificio di Montecassino in nome della Libertà.

Buon 25 aprile a tutte e tutti!

Fonti e citazioni fluttuanti

Gli eroi di Montecassino, Luciano Garibaldi

I soldati di Anders, Adam Kurlowicz

Immagini fluttuanti

https://www.psgcity.it/

http://www.fondazionemm2c.org/

http://www.abbaziamontecassino.org/