Karl Brjullov: memorie di pietra dal Cimitero Acattolico di Roma.

Cimitero acattolico Roma

“Il cimitero è uno spazio aperto tra le rovine, ammantato d’inverno di violette e margherite. Potrebbe far innamorare qualcuno della morte, pensare di essere seppelliti in un posto così dolce”.

Con queste parole il giovane poeta Percy Bysshe Shelley descriveva le atmosfere del Cimitero del Testaccio, conosciuto come Cimitero Protestante, poi come Cimitero Acattolico, nella prefazione dell’elegia per la morte del venticinquenne poeta inglese, John Keats, ivi seppellito.

Il cimitero acattolico è stato il primo cimitero moderno di Roma, in termini di luogo extra moenia con sepolture individuali. Come apprendiamo dalla professoressa Chiara Di Meo questi luoghi rievocano il topos del giardino settecentesco, milieu romantico caro ai viaggiatori e ampiamente illustrato dal vedutismo ottocentesco e riproposto nelle guide turistiche dell’epoca. Il quartiere del Testaccio, essendo distaccato dalla vita della città all’ombra papale, rappresentava un rifugio per turisti, artisti e letterati protestanti. Nel medesimo sobborgo si trovava anche Muro Torto, dove venivano seppelliti i non cattolici e i diseredati della società, come ladri, prostitute e altri giudicati infimi, fino agli inizi del XVIII secolo. Ma alla turisticizzazione ante litteram di Roma conseguiva un aumento del numero di protestanti di alto lignaggio da seppellire che non meritavano di condividere l’eterno riposo al fianco di individui esecrabili. Le prime sepolture degli acattolici avvenivano di notte, le tombe non avevano lapidi o segni di riconoscimento per non contrastare il costume cattolico. Inoltre la mancanza di una cinta muraria lasciava incustodite le tombe, soggette a frequenti atti vandalici.

La prima sepoltura avvenuta alla luce del sole risale al 1732 con il primo funerale e cerimoniale pubblico di Sir Williams Ellis deceduto all’età di novantasette anni, all’epoca tesoriere in esilio della corte inglese. Altra inumazione notoria è quella di George Langton, giovane studente di Oxford, indicativo del numero crescente di visitatori, studenti e artisti che si recavano nella Città eterna per il Grand Tour, per rimanerci fino alla morte. Ai fini di garantire una sepoltura dignitosa a tutti i non cattolici che rimpinguavano profumatamente le tesorerie del papato, il cimitero fu aperto ufficialmente l’11 ottobre 1821, con Editto della Segreteria di stato di Pio VII Chiaramonti. Il Cimitero Acattolico accoglie oltre quattromila non cattolici, tra protestanti, ebrei, ortodossi, artisti, attori, letterati, suicidi e attori, che la chiesa cattolica non seppelliva in terra consacrata.

“Qui, lontano dalla frettolosità borghese, tra sovrastanti cipressi, fiori e abbondante verde che si pone davanti ai variegati e maestosi monumenti, hanno trovato il loro ultimo approdo prevalentemente scrittori, artisti, scultori, storici, archeologi, diplomatici, scienziati, architetti e poeti stranieri che avevano una certa notorietà in vita. Si possono vedere sulle lapidi scritte in più di 15 lingue: lituano, bulgaro, lingua slava liturgica, giapponese, greco, serbo, russo…”1

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Roma non attraeva solo visitatori, artisti e letterati nordici, Roma aveva uno scambio florido con la Russia, e quest’ultima vedeva nella città un’Arcadia felice a cui l’essere umano doveva anelare: celebre sono l’amore e il legame di Gogol’ per questa città(ne avevo già parlato qui). Tra i 4000 ivi sepolti 800 sono russi, tra artisti, studenti, scrittori innamorati dell’Italia, del Risorgimento italiano, diplomatici del Governo Russo, rappresentanti delle più aristocratiche famiglie russe, le cui prime tombe fluttuanti risalgono al 1790. All’ingresso del cimitero acattolico troviamo la memoria di pietra di questo appuntamento fluttuante: Karl Pavlovič Brjullov, celebre pittore russo ponte tra Classicismo e Romanticismo, ritenuto il miglior ritrattista europeo insieme a Ingres, formatosi presso l’Accademia di belle arti di San Pietroburgo insieme al fratello Alexandr Brjullov. entrambi giunti a Roma nel 1823 rimanendovi a lungo, come diversi connazionali; fino al 1835 abitarono in una stradina adiacente a Piazza San Silvestro, dove ancora oggi possiamo imbatterci nella targa scritta sia in italiano che in russo a testimonianza di questo lungo e lieto soggiorno.

“Da casa nostra – scriveva il fratello Alexander ai genitori a San Pietroburgo – si può vedere la Roma antica; qui il Colosseo nonostante non sia integro, è meraviglioso e ti obbliga a dimenticare tutto il resto e a concentrarti solo su di lui. Ci separano dalla residenza papale unicamente un muro e un vicoletto; in questo modo possiamo vedere molto bene il giardino papale, dove gli alberi sono coperti di arance e l’erba è più verde che in estate, facendoci dimenticare che invece siamo nel mese di gennaio…”2

Karl Brjullov era uno dei tanti giovani russi approdati a Roma nel periodo in cui era il quartier generale di pensionari, artisti e studenti con borsa, sostenitori della causa nazionale italiana come i principi Galitzin(trovate il loro capitolo di pietra qui) e il nobile Grigorij Suvalov e anche di numerosi rappresentanti dell’intelligencija russa, in cerca di un luogo di soggiorno dove coltivare il libero pensiero ostacolato in patria.

Roma ai tempi era una primavera di artisti e il nostro ebbe modo di stringere amicizia con Cherubino Cornienti, stimato pittore illustre del Romanticismo italiano, da cui apprese la tecnica del non finito, la forza e il dramma delle suggestioni luministiche. Sempre all’ombra del Colosseo si legò sentimentalmente alla contessa Julija Samojlova, una relazione tanto trascinante sul piano culturale artistico tanto nelle pubbliche relazioni: con la nobildonna russa viaggiò molto in Italia, con lei condivise la stupefazione visitando le rovine di Pompei, fonte di ispirazione per la sua opera che lo consegnerà alla storia Gli ultimi giorni di Pompei, per cui la contessa posò come modella.

E’ grazie a lei che entrò in contatto con le persone dell’alta società, tra cui Anatolij Demidov, mecenate e collezionista d’arte appartenente ad una famiglia di industriali e benefattori russi, imparentati con lo zar Nicola I. Ma è Roma nella sua essenza, nei suoi colori, nella realtà variopinta a contagiare Brjullov, che si affrancò dagli insegnamenti dell’accademia russa, dai soggetti antichi e biblici, mastodontici ma distanti, per rappresentare su tela la singolarità e l’unicità del quotidiano che osservava, dare colore ai profumi che lo inebriavano: come Wislawa Szymborska ha dato via a una poesia della straordinarietà del quotidiano, Karl Brjullov l’ha effigiata con la freschezza e la delicatezza dei grandi Maestri del Rinascimento e del Classicismo barocco.3

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Mattino italiano

Sublime testimonianza è Mattino italiano con i suoi giochi di luci e ombre, naturalezza della detersione mattutina in chiave seducente ed innocua. Questa quotidianità ammaliante ottenne plauso sia in Italia che in Russia, tanto che la Società Imperiale russa decise di omaggiare la zarina Aleksandra Fёdorovna con l’opera stessa, e lo zar Nicola I lo gratificò con un anello di diamante. Sempre nel suo primo periodo italiano fu superba la sua produzione ritrattistica, in termini sì quantitativi(parliamo di più di cento opere), ma soprattutto per l’emancipazione dall’imperturbabilità e convenzionalità della ritrattistica in voga. I ritratti brjulloviani lasciavano sbalorditi tutti per il tratto empatico con cui venivano realizzati, lungi dalla ritrattistica impersonale di uomini impomatati ed inespressivi, Brjullov rappresentava i volti con le loro storie, negli ambienti e nelle pose consuetudinarie: gli sguardi dei soggetti in posa comunicano con l’osservatore, trasmettendo dinamicità e curiosità. Inutile dire che le commissioni aumentavano vertiginosamente e tanti sono i ritratti molto rinomati, come i ritratti del poeta Nestor Kukolnik e dello scultore Ivan Petrovič Vitali. Ed è proprio per scoprire uno dei suoi ritratti meno noti che percorriamo un altro suo soggiorno in una città che ha amato tanto, anche in questo caso, parallelamente ad altri connazionali: Bologna.

Siamo negli anni ‘30 quando, nel pieno della sua singolare fama, Karl Brjullov giungeva sotto le torri felsinee, incuriosito dalle attività dell’Accademia Clementina(attuale Accademia delle Belle Arti), di cui diventerà membro. Rimase stregato dalla città emiliana, a tal punto da tentare l’acquisto di una casa, come apprendiamo dagli Atti di Cesare Masini “[…] la nostra città ch’ei diceva pittoresca per la singolarità de’ suoi pittori e le sue svariate prospettiche linee, e i nostri colli suburbani amenissimi che inebriavanlo, lo determinarono a fermar qui la sua dimora, e a trattare d’acquistarsi per codesto un casino a Mezzaratta. L’accademia lo acclamò l’anno dopo dei suoi votanti… nè vergognò, artista già grande, di mescolarsi fra i nostri alunni nello studio del nudo…”4

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Cincinnato Baruzzi

E’ in quegli ambienti pullulanti di arte che conobbe lo scultore titolare della cattedra Cincinnato Baruzzi, divenuto poi suo grande amico, protagonista di un suo ritratto esposto nella Galleria Comunale d’Arte, ma abbastanza sconosciuto. Il ritratto è raffigurato con un abito nero, onorificenze conferite da vari sovrani, in una mano gli arnesi e sullo sfondo la statua della pastorella Nerina, la sua opera più nota. Come per le opere più famose, la cifra stilistica brjulloviana è sempre forte, lo sguardo acuto e penetrante del pittore, donano vita alla tela conferendo comunicabilità e pathos. Esercitò grande influenza tra gli artisti bolognesi tra cui Antonio Muzzi, pittore e docente presso l’Accademia e autore della decorazione della volta del Teatro Comunale, e, sempre il solito Masini lo considerò il campione della poetica del “vero di natura ma nel suo bello, nel suo perfetto5.

Viaggiò anche in altri luoghi d’Europa, per poi tornare in patria ma, nonostante la salute cagionevole e la malattia galoppante, fece ritorno in Italia nel 1850, ospite fisso presso la famiglia di Angelo Tittoni, protagonista del Risorgimento e della Repubblica Romana. Soggiornò tra Roma e Manziana, dove dipinse le ultime opere, i cui tratti cupi e onirici ci lasciano intendere che probabilmente il Grande Karl presagiva l’arrivo della morte. Tra questi ricordiamo il suo ultimo lavoro, Diana sulle ali della Notte realizzato poco prima di morire. Rappresenta la Notte, personificata nelle sembianze di una donna, in volo su Roma, con Diana assopita tra le sue ali. Nella veduta della città si nota il cimitero acattolico del Testaccio, dove desiderava essere sepolto e trovare, finalmente, quella quiete che l’angosciante e prolungata malattia gli aveva negato. Il 23 giugno 1852 esalò l’ultimo respiro, il suo corpo fu traslato a Roma, all’ombra dei cipressi e in compagnia della camelie, tra la serenità e la bellezza che lo avevano rapito da giovane.

L’Italia fu molto cara a Brjullov e fu anche lui molto amato dagli italiani. Si racconta che una fitta folla di artisti gli diede l’ultimo saluto all’ingresso del cimitero dove, per il volere di suo fratello Aleksandr, l’architetto e scultore Mikhail Ščurupov ha realizzato una pietra tombale in marmo, curata attualmente anch’essa dalla «Casa Russa» a Roma”.6

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Tomba di Karl Brjullov

La lapide contiene un curioso bassorilievo con la raffigurazione simbolica della vita di Brjullov, un bambino al centro tra figure femminili, probabilmente muse, a destra il personaggio barbuto rappresenta il Tevere, il simbolo di Roma, e a sinistra una figura femminile rappresenta la Neva, il fiume che attraversa San Pietroburgo (in lingua russa i fiumi sono di genere femminile).

L’epigrafe “Carolus Brullof pictor qui Petropolis in imperio russiarum natus anno MDCCXCIX / decessit MDCCCLII” non è di semplice lettura e comprensione, per la latinizzazione del nome, e per l’indicazione di greca di Petropolis, antico nome di San Pietroburgo.

Questo monumento funebre ed altri stavano attraversando un periodo di decadimento(ed oblio), ma è stato oggetto di restauro grazie alla rappresentanza di Rossotrudnichestvo, il Centro Russo di Scienza e Cultura a Roma, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e del Ministero della Cultura della Federazione Russa, del Rosarchiv e della Commissione governativa per gli affari dei connazionali all’estero. La sinergia e collaborazione con il direttivo del cimitero acattolico ha fatto sì che le steli di Brjullov e della principessa Obolenskaja siano stati solo le prime di un corposo percorso di recupero storico-monumentale di quel grande patrimonio storico che sono i pittori, poeti e soprattutto nobili, principesse, baroni, diplomatici e giovani ciambellani dell’Impero Russo presenti a Roma tra ‘700 e ‘800.

Sono rilevanti le parole di Amanda Thursfiel, direttrice del cimitero acattolico “la Federazione Russa mostra un rispetto senza eguali verso i propri compatrioti sepolti nel cimitero di Testaccio, ultimo giaciglio per diplomatici, scrittori, scienziati, artisti e architetti provenienti da oltre 15 paesi. Questa consapevolezza dei meriti dei propri antenati è davvero ammirevole e contraddistingue in maniera straordinaria il vostro paese”.7

In questo maestoso libro di pietra del Testaccio, tanti capitoli portano il carattere cirillico.

Torneremo sicuramente a fluttuare da queste parti.

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Angolo del Cimitero Acattolico

Citazioni

 

Bibliografia e sitografia

La piramide di Caio Cestio e il cimitero acattolico del Testaccio

Roma: Cimitero acattolico di Testaccio

Brjullov Karl Pavlovic

Karl Brjullov (1799-1852)

Brjullov e l’Italia

L’influenza dell’Italia sulla cultura russa

Le tracce del pittore Karl Brjullov tra Manziana e Roma

Immagini 

© Karl Bryullov | Neoclassicist / Romantic painter

© Russia Privet