Teodoro e Michele Galitzin : due principi russi presso la Certosa di Bologna. Appunti di un Risorgimento fluttuante.

Ai piedi notiamo la presenza delle campanule, definite dai popoli nordici come “campane della morte” perché la leggenda narra che chi sente il tintinnio delle campanule è prossimo trapasso.

Questo era uno dei particolari che più mi aveva colpito durante una passeggiata guidata nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna.

Risale a qualche mese fa, ero con il gruppo dell’Info Point dell’Associazione Amici della Certosa di Bologna, di cui faccio parte, capitanati dal saggio Roberto Martorelli. Arrivati davanti al complesso in questione rimango colpita da questo elemento di botanica della morte e dal nome dei protagonisti del monumento, Teodoro e Michele Galitzin, principi russi. Questo ensemble di fiori tetri e legame italo-russo mi incuriosisce subito, prendo nota, così come avevo fatto la scorsa estate con Nicolae Balcescu a Palermo(per chi se lo fosse perso, eccolo)e mi riprometto di capirci di più in quel marasma di fluttuazioni tra Italia e Russia.

Arriva l’occasione : la Settimana alla scoperta dei Cimiteri Europei (Week of Discovering European Cemeteries), la principale iniziativa promossa annualmente da ASCE – Association of Significant Cemeteries in Europe, la rete europea di realtà pubbliche e private costituitasi a Bologna nel 2001 che ha come finalità la valorizzazione storica e artistica dei cimiteri come beni culturali. In questo appuntamento voglio camminare con voi tra i percorsi della storia iniziando dal monumento, partire da alcune pagine dei libri di pietra per svelare alcuni aspetti della nostra storia.Ogni monumento ha un proprio linguaggio e una storia da raccontare. In questo specifico caso vediamo come da un elemento di simbologia funebre possiamo giungere a delle curiosità del nostro Risorgimento.

Ogni paesaggio ha delle proprie fonti in cui risiede una memoria che attende di essere scoperta. Lo storico tedesco Johann Gustav Droysen ha definito fonti storiche tutti gli elementi utili allo studioso per ricostruire la storia di un determinato spazio in un determinato periodo. Droysen distingueva tra gli “Avanzi”, le “Fonti”, i “Monumenti”. Nei “Monumenti” “confluiscono e si frammischiano i caratteri delle fonti (ciò che è stato fatto appositamente per tramandare ai posteri il ricordo di sé, un intenzionale sguardo verso l’avvenire) e degli avanzi (ciò che rimane di età trascorse, fatto per provvedere ai propri immediati bisogni). Nei Monumenti dunque si rivela l’intento pratico, il bisogno contingente di ornare la propria città (archi di trionfo, colonne ecc.), ma c’è pure il desiderio di rimanere presenti, con quelle costruzioni, nel pensiero e nel sentimento dei posteri”.1

Così è partita la ricerca sui due principi russi : osservando la memoria presente nel paesaggio cimiteriale, ripercorrendo il ricordo dalla morte alla vita.

Non un cimitero, non semplicemente un cimitero. Inaugurata nell’aprile del 1801, anticipando addirittura l’ormai mitico Editto napoleonico di Saint Cloud datato 1804, la Certosa si accresce di monumenti e memorie, di opere d’arte e di fiducia. Quarantatre anni dopo avrebbero ritrovato, proprio al centro del Chiostro delle Madonne, l’antico sepolcreto etrusco. Poveri e ricchi, contadini e borghesi, etruschi e bolognesi, uniti, e finalmente, in una città sconfinatamente accessibile 2

Anche il libri di pietra, come quelli cartacei, constano di diversi capitoli, e noi oggi ci soffermiamo sul grande capitolo che il Chiostro III, fulcro del cimitero “riflesso della cultura neoclassica bolognese dove, alle iniziali tombe dipinte si aggiungono opere in stucco e scagliola”.Tra lo sguardo angustiato della Desolazione, il ricordo delle note di Rossini attraverso la Tomba Rossini Colbran, notiamo una toponomastica non sempre di origine italiana. La Certosa durante tutto l’Ottocento ha un’anima internazionale, è meta del turismo europeo, di letterati, notabili, aristocratici. Lord Byron, Charles Dickens e Sigmund Freud avevano questo complesso monumentale nel cuore. Altri stranieri hanno subito una fascinazione tale da decidere di trascorrere la vita dell’aldilà nel cimitero bolognese. Toponomastica bolognese e straniera si alternano tra loro. Con mia somma gioia molto cognomi vengono dall’altra parte della Cortina.

Artefice di questo monumento composito è Antonio Cipolla, uno dei massimi autori dei libri di pietra del Risorgimento. Negli anni cinquanta diventa uno degli artisti protagonisti della Certosa dove esegue il Monumento Mazzacorati, della famiglia Silvani e Minghetti e i due monumenti di Teodoro e Michele Galitzin.

Monumento Teodoro GalitzinIl primo raffinato e ricercato monumento viene eseguito su disegno di Antonio Cipolla, il quale si avvale di Antonio Rossetti per le sculture e di Giuseppe Palombini per gli ornati. Il Rossetti incide la propria firma e la data, 1851, sotto il cuscino su cui si posa il capo di Teodoro. A proposito di questo monumento ricordiamo il commento della rivista “La Civiltà Cattolica”. “[…]L’architetto sig. Cipolla allo studio grandissimo da lui posto ne’ monumenti classici del cinquecento ha accoppiato quell’intimo senso cristiano che è ora tanto ragionevolmente voluto ne’ monumenti religiosi. Su questo punto specialmente, da lui molto mirabilmente ottenuto, si versano le precipue lodi date a quel monumento da lui ideato. Mentre poi il concetto cristiano è così chiaro e così ben esposto, l’architetto seppe aggiungervi il vero buon gusto dello stile classico antico[…]Il monumento ideato dal sig. Cipolla può far buona fede che l’eleganza greca non contraddice per nulla all’arte cristiana.

Il manufatto è costituito da un’edicola in marmo, collocata a parete entro un’arcata: nella parte inferiore vi è un basamento con lapide commemorativa affiancata da due stemmi realizzati a rilievo; nella parte centrale, su un basamento con iscrizione è inserita la rappresentazione di un sarcofago con la salma del defunto posta sul coperchio; i pilastri dell’edicola sono decorati con candelabre a rilievo; l’arco è arricchito da testine alate di putti e la lunetta rappresenta la madonna in trono con bambino e due angeli. La parete di fondo dell’arcata è intonacata e dipinta”.3

Il monumento è pendant di quello confinante dedicato, ad un altro membro della famiglia Galitzin, il principe Michele realizzato dieci anni dopo, mentre era in viaggio in Italia. Anche questo monumento venne eseguito dallo scultore Antonio Rossetti su disegno di Antonio Cipolla, coadiuvandosi per gli ornamenti da Giuseppe Palombini. Alla base dell’angelo è incisa la firma del Rossetti e la data, 1861.

L’opera è ricordata anche da Enrico Bottrigari nella sua ‘Cronaca di Bologna’: “A questi giorni è stato collocato alla Certosa un nuovo monumento alla memoria del Principe Michele Galitzin, diplomatico russo che, morto nel 30 Marzo passato scorso, volle essere tumulato accanto al fratello suo, Teodoro, cessato di vivere in Bologna, che ordinò d’essere sepolto nel nostro Cimitero. […] Il nuovo monumento è nel concetto architettonico simile quasi al primo, benchè in questo scorgasi più fecondità di concetti, mentre nell’ultimo vi è maggiore nobiltà di forme e grandiosità; per cui può dirsi che ambidue appartengono allo stile classico, delicato il primo, più armonico il secondo. Il nuovo si compone di due parti, d’un’urna cioè, da largo basamento, e d’una nicchia entro la quale sorge l’angelo tutelare della tomba, in atto mesto e pietoso. L’Angelo è opera dello scultore Antonio Rossetti”.4 Ai piedi dell’Angelo le famose campanule da cui è partito tutto.

Appurata la magnificenza monumentale, perché si trovavano in Italia? I Galitzin rientrano in quel clima ottocentesco italiano, in pieno Risorgimento, che tanto aveva attratto stranieri da diverse parti. Non contestualizzare storicamente non ci permetterebbe di comprendere pienamente il perché del loro eterno riposo in Certosa.

La famiglia Gollitzine, poi diventata Golitzyne e per ultimo Galitzin, vanta le sue origini dai Giagelloni, granduchi di Lituania e re di Polonia. Passata nella Russia, questa famiglia compare presso le principesche e maggiori di quel vasto impero, occupando riguardevoli incarichi nella milizia, nell’esercito, nell’amministrazione. Molti acquisirono notorietà negli ambienti di corte e presso le ambasciate. Basti per tutti qui ricordare il principe Basilio(Boris) principale ministro dello zar Teodoro Alexiovich. A questo illustre lignaggio appartenevano i principi che a noi interessano. Teodoro nacque nel giugno 1805 da Alessandro Mikhailovich Galitzin, maresciallo della corte dell’imperatrice Elisabetta, moglie di Alessandro I di tutte le Russie. Sua madre viveva nella corte della stessa Elisabetta, tanto apprezzata dalla zarina,dalla quale ottenne tanti affetto e un rapporto quasi fraterno che avrebbe garantito benefici futuri. Purtroppo la principessa Galitzin venne a mancare in giovanissima età. La zarina stessa si occupò della prole(che non molto più tardi avrebbe perso anche il padre) assumendone la tutela. Assicurò ai due ragazzi una eccelsa istruzione con i migliori precettori presenti. I due fratelli rimasero uniti per tutta la vita, erano un esempio di amore fraterno e concordia, viaggiarono molto insieme per accrescere la loro educazione. Il viaggio in Italia segnò i loro destini, soprattutto Teodoro ne rimase ammaliato, tanto da desiderare di viverci, dedicare la sua vita alle vicissitudini tumultuose dell’Italia del tempo. “E in questo gli valse il favore della sua augusta protettrice, la quale avendo designato i due fratelli alla carriera diplomatica, fece che Teodoro aggregato fosse alla imperiale legazione di Russia in Firenze. In quella gentilissima città incominciò egli a gustare la bellezza del nostro idioma, che coltivò poi sempre e seppe quanto pochi altri altri”. 5  Iniziò l’avventura italiana di Teodoro.

Una fondamentale  testimonianza ci viene fornita dal patriota cesenate Gaspare Finali, dal cui articolo “Due russi in Italia nel 1848” leggiamo : Vi fu un tempo che nell’anima del mondo circolava una corrente di simpatia per l’Italia. Cinquanta anni fa, se le diplomazia ed i governi d’Europa erano in gran parte avversi a noi, erano per noi tutti i letterati, i filosofi, gli artisti, i poeti; questi sopratutto, che s’ispiravano alle grandi memorie del passato[…]Nel 1847, quando un fremito di libertà e d’indipendenza agitò, non le moltitudini,come fu troppo detto, ma gli animi eletti e gl’ingegni colti in tutta l’Italia, da ogni parte provenivano incoraggiamenti e conforti. La causa nostra nazionale pareva quella di tutti i popoli civili; e nel 1848 quando corremmo alle armi, quel favore si mutò in entusiasmo, sino all’enciclica papale del 29 aprile, ed alle sue disastrose conseguenze”.

Uno di essi è Teodoro, l’altro è Grigorij Suvalov, anche lui nobile russo vicino agli ambienti importanti, allontanatosi dalla Russia, dopo un soggiorno in Svizzera, arrivò a Pisa dove iniziò la lunga esperienza italiana: studiò economia politica, ma soprattutto letteratura italiana, imparando la nostra lingua. Connazionali, coetanei, uniti dal profondo cattolicesimo romano, avevano fatto propria la causa italiana, riponendo entusiasmo, speranze e affetto nella figura di Pio IX. Totalmente opposti nella loro fisicità, il nostro Galitzin aveva una salute cagionevole, un incarnato pallido, nell’estetica attempato e con le fattezze di un anacoreta, Sulomov invece era impostato, forte, un trionfo di virilità e fattezze nordiche.

Uniti anche dalla predilezione per la letteratura e l’arte italiana, divennero protagonisti nella vita romana. Galitzin, fornito di larghi mezzi, acquistò un palazzo che ancora oggi porta il suo nome, nel quale accoglieva artisti italiani e stranieri che ricevevano da lui un aiuto signorile. Il secondo piano che fungeva da museo per tutti i bronzi, marmi e quadri che aveva raccolto. Diverse giornate e incontri erano dedicati all’autore della Divina Commedia, indiscusso vate per entrambi i russi. Dato lo spirito del tempo, la linea che intercorreva tra incontri letterari e politici diventava sempre più impercettibile e molti uomini dediti alla politica cominciarono a frequentare il palazzo, tra cui il marchese Luigi Almerici di Cesena. “La fama di quelle conferenze attraeva sempre maggior numero di uditori, sicché non bastò più una camera di casa di casa privata ad accoglierli tutto. Furono quindi trasportati al Circolo Romano, che aveva sede nel palazzo Bernini al Corso. Né il principe, né il conte russo a quelle adunanze mancavano mai”.6 In quel contesto si inserì presto Gaspare Finali, patriota cesenate, esponente del movimento repubblicano a Roma e nelle Romagne nel 1848-1849. Le sedizioni attraversavano tutta l’Europa, in Italia gli antichi ordini diventavano sempre più claudicanti, le riforme si succedevano a livello incalzante, la Sicilia si levava contro i Borboni, Milano cacciava gli Austriaci, Venezia veniva liberata, sembrava che libertà stesse giungendo a breve. Gli evviva a Pio IX si confondevano con gli evviva all’Italia : e come per una crociata i volontari partivano portandone il segno sul petto”.7

Galitzin fu uno dei protagonisti di questa crociata, arruolandosi nella Prima Legione Romana. Uno straniero di discendenza e sangue nobile indossava la foggia della guardia civica, imbracciava il pesante fucile per la causa di un paese straniero che sentiva suo. Risalì con i volontari oltrepassando il Po, fino al Piave. Il violento scontro con gli Austriaci e il conseguente ritiro dei volontari furono fatali per il principe gracile nel corpo, ma virtuoso nell’animo. La sua salute non gli permise di continuare la guerra e venne portato in territorio emiliano. Dove esalò l’ultimo respiro insieme alle ultime speranze insieme alle armi italiane.

Ricordato da Enrico Bottrigari nella sua ‘Cronaca di Bologna” “Affranto dal male, in Ferrara ricadde, giunto in Bologna vi è morto! Aveva soltanto 43 anni e 8 giorni. Durante la di lui vita sparse sempre beneficenze sui poveri; non mai indarno, anche in Bologna, a lui ricorsero gli sventurati. Nella Chiesa di S. Gregorio, sua casuale Parrocchia, gli si celebrarono, nel giorno 10, solenni esequie alle quali intervennero i Civici ed i Crociati. Il popolo vi accorse numerosissimo a pregare pace all’ottimo Principe. Indi la salma con grande pompa fu trasferita a S. Rocco, e poscia al Cimitero, ove a cura della Famiglia sorse in seguito un bellissimo marmoreo monumento alla di lui memoria”.8

Il Risorgimento è stato un crocevia di diverse nazionalità, e il Principe russo è uno dei protagonisti di questo composito periodo storico, che mai smetterà di stupire. Così come non smettono di stupire i percorsi e studi storici, che possono partire dall’osservazione di una campanula al cimitero.

Fonti e citazioni fluttuanti

1La memoria nel paesaggio, http://www.novecento.org/pensare-la-didattica/la-memoria-nel-paesaggio-lo-studio-dei-monumenti-ai-caduti-delle-due-guerre-mondiali-sul-confine-mobile-per-una-sperimentazione-attiva-e-creativa-del-passato-1853/

2‘A cagione che di continuo si fanno grandi lavori’ – Scultori stranieri in Certosa

1801 – 1960, https://www.storiaememoriadibologna.it/a-cagione-che-di-continuo-si-fanno-grandi-lavori-s-850-evento

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