“Fondamenta degli Incurabili”. La Venezia di Iosif Brodskij.

Sconfinata, immensa, infinita, come i territori della terra natale dei suoi autori, la letteratura russa conduce in uno scoscendimento,  asseta di conoscenza,  stimola la curiosità. Non basterebbero dieci blog per esaudire lo scibile insito in quelle pagine, figurarsi un articolo. Meglio circoscrivere il tutto, scegliere in quel marasma di pagine infinite, e affrontarlo lontano dal pressapochismo.  I giorni passati, fra elucubrazioni, sentimenti contrastanti, mi hanno ricondotto a un piccolo cavolavoro in termini di pagine, ma immenso portento in termini di percezioni. Parlo della testimonianza letteraria intimistica, onirica, labirintica di Iosif Brodskij :  Fondamenta degli Incurabili.

Poeta e scrittore illuminato, all’inizio fu certamente influenzato dall’acmeismo di Mandel’stam; raggiunse livelli poetici molto alti, e presto il suo nome fu conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, ma non nella sua Russia che lo esiliò, lo incarcerò, lo rinchiuse in ospedale psichiatrico e poi lo espulse nel 1972, quando ripiegò sugli Stati Uniti.

Brodskij fu l’esule di una Russia dittatoriale e chiusa. Mandato via da un regime oscurantista che non permetteva la libera espressione artistica, visse gli anni della maturità viaggiando tra Europa e America. La Russia non accettava espressioni di dissenso, e tanto meno critiche al suo regime.  A questo proposito ricordiamo Michail Bulgakov, il cui Maestro e Margherita dovette aspettare le edizioni inglesi per vedere le stampe nella forma integrale, censuratissima in patria, ancor oggi considerato uno dei capolavori della letteratura moderna. La maggior parte degli scrittori del Novecento russo furono soggetti a censura, ma molte volte a vere e proprie persecuzioni politiche, che spesso  sfociavano in deportazioni e pene perfino peggiori. Gli attacchi satirici e pungenti al regime si tradussero per molti di loro nell’esperienza dell’esilio.

L’oblio forzato è stato per lungo tempo il compagno del ritiro in Occidente dello scrittore russo Iosif Brodskij. Divenuta una costante critica senza la quale, con tutta probabilità, sarebbe impossibile capire la vita e le opere di questo autore, la sensazione di forzata solitudine e impossibilità a confrontarsi direttamente con la sua patria che lo aveva voluto esule, è lo scenario preferito dei suoi affreschi poetici.

Dopo la breve parentesi socio-politica torniamo a Fondamenta degli Incurabili, opera scritta nel 1989, la più simbolica tra le sue prose.

 

Fondamenta degli Incurabili prende il nome dall’ Ex Ospedale degli Incurabili, massiccio edificio cinquecentesco di Venezia, ubicato presso le Fondamenta delle Zattere allo Spirito Santo nel sestiere di Dorsoduro. Fu fondato nel 1517 da San Gaetano da Thiene per dare accoglienza a uomini e donne malati di sifilide, allora chiamato “il mal francese”. In mancanza di cure efficienti, l’edificio accoglieva gli incurabili, in attesa del loro destino, nella solitudine della loro agonia. La scelta del nome rimanda il senso alla memoria di una sofferenza lontana, condizione sentita come propria anche dal poeta, il cui destino psicologico e fisico è legato ad un disagio costante, di esule e di uomo.

Brodskij aveva eletto Venezia luogo e culla della propria anima, proprio per la sua unicità e decadenza. Ricca di significati profondi, Venezia resta impressa nella memoria per sempre, a causa del suo essere inconfondibile, diversa da tutti gli altri luoghi. Una città “ […] talmente narcisista che ritrasforma la mente in un amalgama, alleggerendola del suo significato”. Nel ricordo Venezia è associata all’acqua, perché la sua più grandiosa caratteristica è quella di esservi sospesa, appoggiata e perduta, in cui “ […] il sole scavalca la propria immagine dorata ai piedi di San Giorgio e va a danzare sopra le innumerevoli squame delle piccole onde che increspano la Laguna […]”. L’acqua è materia primordiale, lo scenario perfetto e rarefatto in cui lo splendore dell’antica patria dei dogi può esprimere il suo raffinato e violento decadentismo. “Gigantesco specchio liquido […] e la città vi si crogiola, gustandone il tocco, la carezza dell’infinito dal quale essa è venuta. Un oggetto, dopo tutto, è ciò che rende privato l’infinito”.

 Per Brodskij Venezia è anche un capolavoro immenso di tristezza, per il quale ognuno deve lasciare un tributo di memoria, generato dall’estatica osservazione di una cosa bella. “In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina-come la lacrima stessa- ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza.”

La visione del bello assoluto, che unisce bellezza e morte, torpore e straniamento. Il suo momento prediletto in cui godere della magia del luogo è l’inverno, dove la luce esalta, senza scaldare, le arcate ed i portici, e il sole “danza sopra le innumerevoli squame delle piccole onde che increspano la Laguna”. Quella invernale è una luce privata, una “carezza dell’infinito”. E d’inverno la città sembra unservizio di porcellana posato su un’acqua di cristallo[…] con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, col profilo dei suoi campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo”. Alle basse temperature la bellezza è pura, è semplicemente bellezza, e quando il Re Nebbia cinge la città, la porta fuori dal tempo, la rende invisibile. Di notte a Venezia si creano ulteriori suggestioni visive: l’acqua “fa pensare alla carta da musica, ai fogli di una musica eseguita in continuazione: le partiture si avvicendano come ondate di marea, le barre del pentagramma sono i canali con gli innumerevoli “legati” dei ponti, delle lunghe finestre o dei fastigi delle chiese di Codussi, per non parlare dei violini che hanno prestato il manico alle gondole. Sì, tutta la città somiglia ad un’immensa orchestra, specialmente di notte, con i leggii appena illuminati dei palazzi, con un coro instancabile di onde, col falsetto di una stella nel cielo invernale”. E un giro in gondola notturno ha qualcosa di erotico, “nel trascorrere del suo agile corpo sull’acqua, senza rumore, senza traccia- qualcosa che somigliava molto allo scorrere della tua mano sulla pelle levigata di una donna”.

Più che di un libro, si tratta di un atto d’amore di Brodskij per Venezia, la città della bellezza definitiva. Il poeta,nello svolgersi di 51 brevi paragrafi, racconta il suo rapporto con il luogo e il suo spirito, dal primo arrivo stralunato, in pieno inverno,  con l’odore di alghe marine sottozero, e la più elegante creatura di sesso femminile, che lo introduce alla scoperta della bellezza (si trattava della Contessa Mariolina De Zuliani Doria, che all’epoca era sposata e che non viene mai nominata). 

Brodskij riporta la citazione di Anna Achmatova che scriveva: “L’Italia è un sogno che continua a ripresentarsi per il resto della vita.”

Come scrive nell’ultima pagina, ”noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro, mentre la bellezza è l’eterno presente. Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama.”

Non vi è una trama, non vi è un ordine, ma solo il flusso e la veemenza di immagini potenti, il sentimento di un sogno, il luogo è memoria, illusione e magnificenza