Gli Arbëreshë : gli albanesi d’Italia tra storia, migrazioni, folklore e tradizioni.

Apertura, incontro, scambio, dialogo da sempre peculiarità del Mediterraneo , sono il patrimonio genetico del suo passato e della sua storia.Il Mediterraneo può essere correttamente concepito come un sentiero che unisce, che esalta la distinzione e il senso della misura meridionale contro la tragica opposizione nordica, come capacità di sintesi […] di civiltà, di religioni, di pratiche di vita differenti.” Così Fernand Braudel ha definito il Mar Mediterraneo, il suo soggetto-oggetto di studio, cogliendo l’unicità dell’ambiente, trivio di culture e religioni, palcoscenico di movimento continuo. Un’importante testimonianza di questa fluttuazione è data dalle comunità italo-albanesi stanziatesi in Italia sin da tempi lontani. 

Questo articolo nasce dalle varie ricerche che sto effettuando sui rapporti tra Balcani e l’Italia, che conducono giocoforza alla centralità del mare Adriatico. L’altro grande “scrittore del mare”Predrag Matvejević nel suo Breviario mediterraneo lo descrive così “Per le sue specificità, l’Adriatico può infatti essere inteso come un Mediterraneo in scala ridotta. Una proposta, la presente, per “fare storia” nello spazio di mezzo tra le canoniche storia d’Italia e storia dell’Europa sud-orientale e quindi […]L’Adriatico è, a tutti gli effetti, un Mediterraneo in scala ridotta…”.

L’emigrazione albanese verso l’Italia è avvenuta in lungo e ampio un arco di tempo e sviluppatasi in varie fasi, dovuta alle diverse vicende storiche, di carattere militare ma anche politico-diplomatiche, economiche e culturali che interessarono la penisola Balcanica, prima e dopo la lunga occupazione turco-ottomana del sec. XV. La mancanza di documenti storici completi, la distruzione dell’Archivio di Napoli durante la seconda guerra mondiale, l’ampiezza del fenomeno, rendono difficile stabilire in fenomeno con certezza assoluta storiografica e cronologica. Non essendo il mio obiettivo tracciare la “cronologia dettagliata”di ogni singolo momento del lungo “movimento” albanese in Italia, bensì mostrare più gli aspetti folkloristici della cultura arbëreshë, tratterò i momenti storici principali del flusso, di cui possiamo riconoscere due elementi precipui : l’invasione ottomana e la figura dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg(1404-1468)che per oltre un quarto di secolo si oppose con le armi all’invasione ottomana. Circoscrivo la mia esposizione al distinguere i movimenti precedenti il 1468, mossi prevalentemente in seguito a spostamenti militari, da quelle successive, caratterizzate dalle fughe massicce della popolazione albanese insidiata e vessata dall’invasione ottomana. E’ allora che il flusso prende una forma ragguardevole e coinvolge quasi tutto il meridione.

Le prime comunità si insediarono nella penisola tra il XV e il XVI secolo e vennero chiamate Arbëresh, dal nome del Principato di Arbër (o Principato di Arbanon), primo stato feudale albanese medievale, fondato in seguito alla separazione dall’Impero di Bisanzio, dopo la scissione dell’Impero romano d’Occidente da quello d’Oriente(476 dc).

Alla fine del XIV secolo sembrava che gli ottomani stessero avendo la meglio sull’Europa cristiana, devastando e disseminando stragi ai popoli vinti, prima serbi, bulgari, greci, albanesi dopo.

Nonostante la pressione dell’esercito di Maometto, molti albanesi non cedettero a e divennero militari di professione, dotati di una così forte tempra e temerarietà che cominciarono ad essere assoldati in qualità di combattenti dai feudi circostanti, tra cui Venezia che assoldò diversi albanesi, dalmati greci e bulgari contro il nemico turco e più tardi Alfonso I d’Aragona e il figlio Ferdinando. I motivi dello spostamento erano dovuti alla necessità di trovare nuovi territori dove insediarsi e vivere tranquillamente seguendo i propri costumi e tradizioni. Già nel 1416 il capitano albanese Demetrio Reves veniva nominato governatore della Calabria inferiore, per i favori resi ad Alfonso I, contro la sobillazione dei baroni calabresi. E’ giusto dire che che l’emigrazione albanese comincia per una mistione tra motivi economici e di natura politico-religiosa dal XIV secolo. Il peso dell’invasione e della violenza ottomana non sono in discussione e qui è giunto il momento di parlare di una figura emblematica nella storia del popolo albanese : Giorgio Castriota Skanderbeg, condottiero audace, simbolo della resistenza della cristianità, figura del coraggio e della tenacia albanese). Il XIV secolo è un secolo sventurato per i principati dell’Albania, assoggettati, espropriati, saccheggiati dagli ottomani di Amurat II, che risparmiarono solo la famiglia dei CastriottiKastrioti Skënderbeu”, i quali conservarono il regno pagando un tributo monetario e umano,con la consegna dei quattro figli maschi, tra cui Giorgio.Condotti i corte, educati secondo l’istruzione e le leggi turche del tempo, Giorgio si distinse da subito per l’apprendimento degli idiomi, parlava correttamente arabo, turco, latino, greco e schiavone, per le doti militari, coraggio, temerarietà, tanto da esser nominato dal sovrano stesso “SKANDERBEG”, che nella lingua turca significa “Alessandro Signore”. Alla morte di Giovanni, il sultano inviò Skanderbeg affinché governasse il regno della propria casata secondo l’uso turco.

Il giovane guerriero animato e fomentato dal sentimento della rivalsa, attanagliato dal dolore della perdita dei suoi famigliari(due suoi fratelli furono avvelenati a corte), tornò nel regno natio con la brama di governarlo nella totale indipendenza e secondo i precetti del cristianesimo, fede trasmessa veementemente dal padre e mai dimenticata. Skanderbeg combattè i turchi, fino alla morte nel 1468, consegnandosi alla storia e alla leggenda per un coraggio, abilità strateghe senza eguali. Ed è proprio con Skanderbeg che inizia un fruttuoso scambio con l’Italia. Nonostante le defezioni continue e le gravi perdite, l’esercito turco non sembrava arrendersi e, dopo diverse scorribande, il condottiero chiese aiuto a Alfonso I d’Aragona, che si rese disponibile, riconoscendo a Skanderbeg il merito di essersi fatto carico di una durissima lotta contro i turchi, che inquietavano molto la corona napoletana. Il sovrano aragonese inviò truppe e danaro. E’ l’inizio di un’ alleanza dal forte impatto storico e sociale, successivamente gli aragonesi chiesero aiuto contro le truppe francesi di Giovanni d’Angiò. Skanderbeg e i suoi soldati ottennero feudi in Puglia e in Calabria.

Iniziò uno stanziamento strutturato, organizzato, destinato a durare. I soldati arrecarono le proprie famiglie, così l’Adriatico diviene il canale di un flusso migratorio dal paese delle Aquile

L’immagine non cancella

di quando l’impero Ottomano

vi piombò, avvoltoio, a banchetto

sulle misere spoglie schipetare

e, satollo, ne disperse gli avanzi…

Gli Albanesi, parte sono sterminati dal ferro, parte ridotti in servitù. Le città, le quali per noi avevano resistito all’impeto dei Turchi, sono cadute in loro potere. Le genti che popolano le vicine rive dell’Adriatico, atterrite dall’imminente pericolo, tremano. Dovunque altro non si vede che timore, spavento, morte e prigionia. È miserando udire quanto sia grande la generale commozione. È lacrimevole vedere le navi dei fuggitivi riparare ai porti d’Italia, trascinando quelle famiglie meschine che, sedute sui lidi, tendono le mani al cielo, riempiendo l’aria con le loro suppliche in una lingua incomprensibile”.

Terminata questa stringata sui flussi migratori, possiamo passare all’elemento culturale e sociale. La loro presenza si registra in quarantuno comuni, sparsi in tutto il Sud Italia, il cui insieme si chiama Arbëria e gli abitanti vengono chiamati arbëreshë . Qualcuno potrebbe chiedersi come sia stato possibile conservare così a lungo i tratti di una tradizione principalmente orale. Dalla citazione riportata poc’anzi si evince la struggenza del popolo albanese in fuga, spinto verso l’Italia perché non voleva farsi assimilare da un’altra cultura, con la speranza di poter iniziare una nuova vita, senza soggiogatori. Negli arbëreshë era ed è viva l’anima nostalgica profondamente legata alla patria d’origine, con cui ebbero pochi contatti. “Molti canti tradizionali hanno come tema proprio l’Albania e il desiderio di rivederla […] Ne è emblematica espressione un canto popolare, raccolto da Pier Paolo Pasolini in La poesia popolare italiana, registrato in una località del Molise, Montefalcione. Nei suoi versi la nostalgia per l’Albania è affidata a un fiore, che piange per avere riconosciuto in una nube la lingua albanese, creduta precedentemente forestiera.

Ishi nje dit nï moujiti Prigit / ishi nje mot pà varè. / Thomë ti, lule, thom çe kè / jë sëmbu qà, / dhe main me harè. / Ngrita sit për d’air / dhe paç njè cap rè / u krëdoja ke ishi lëti / ishi albresh dhe flisi sigja né. / Thomë ti, lule, thom jë kè, / jè sëmbu qà, dhe maiu me harè. /

Kisha nje kopsht prapa shtpis, / gjth lule dhe manusaqè; / ngijata doren dhe zèra për dhè, / dhe çe ta prura me harè. / Thomë ti, lule, thom çe ke / çe sëmbu qà, dhe maiu me harè.”

«Era un giorno del mese d’aprile / e c’era un tempo senza vento. / Dimmi tu, o fiore, dimmi che hai, / che piangi sempre,e non ti rallegri mai. / Ho sollevato lo sguardo in cielo, / e ho visto una grande nube:/ io credevo che fosse straniera; / era albanese, parlava come noi. / Dimmi tu, o fiore, dimmi che hai, / che sempre piangi, e non ti rallegri mai. / Avevo un orto dietro casa,/ pieno di fiori anche di viole; / ho sollevato la mano, per terra li ho raccolti, / e con gioia li ho portati a te. / Dimmi tu, o fiore, dimmi che hai, / che sempre piangi, e non ti rallegri mai».

Il canto è anche espressione di un difficile processo d’integrazione, dovuto alle differenze di lingua, costume e religione.”

L’ abolizione del rito ortodosso nel 1690 segna una prima rottura con quelli che erano i legami etnici e significativi della propria identità culturale, conducendo alla scomparsa di molti riti religiosi ma, la forte voglia di conservare le tradizioni che, insieme ai costumi, sono la manifestazione della cultura e dell’essenza di un popolo, ha permesso la conservazione di alcuni aspetti.

Una tradizione presente in ogni contesto è il matrimonio, forte punto di difesa, perché indica l’unione, il veicolo per tramandare principi, credenze, permettere l’accesso della cultura arbëreshë alle nuove generazioni. Il rito nuziale ha sempre una propria solennità e diviene elemento di aggregazione, manifestazione sociale attraverso i costumi e i rituali. Ho ritrovato molte analogie con i matrimoni lucani, anche presso la comunità arbëreshë la cerimonia avviene il fine settimana e si usa andare qualche giorno prima a far visita agli sposi, con la “serenata” fatta dagli amici divisi in due cori. Il giorno del matrimonio, prima della funziona si va a casa dello sposo e della sposa, momento in cui viene aiutata da un coro di donne nell’acconciatura e nel vestirsi con gli abiti tradizionali dal gusto orientale.

La sposa viene adornata con la Keza  un copricapo di velluto o di seta ricamata che le copre le trecce annodate dietro la nuca. Questo ornamento indica il passaggio allo stato coniugale. A questo punto il coro delle donne la invita ad alzarsi, ed alcuni colpi di fucile annunziano l’arrivo dello sposo che è venuto a prendere la sposa per condurla in chiesa. La porta della casa della sposa viene chiusa e si simula, pertanto, un conflitto tra i parenti e amici di lui e quelli della sposa. Un altro colpo di fucile condurrà verso il luogo sacro.

In chiesa si svolge la cerimonia secondo il rito bizantino, ricco di simbolismi e di azioni suggestive. La cerimonia si compone di due riti ben distinti: il rito degli anelli che indica il fidanzamento(un tempo celebrato separatamente) e il rito dell’inconorazione, consistente nel mettere le corone agli sposi. Il rito dell’incoronazione è il cuore dell’azione liturgica, perché il papàs definisce loro stessi la corona l’uno per l’altra. Le corone vengono scambiate per tre volte dal sacerdote e poi dai testimoni. In segno della nuova unione, poi, il sacerdote porge da bere del vino agli sposi in uno stesso bicchiere che subito dopo viene frantumato, quale simbolo della totale ed esclusiva fedeltà perenne.Quindi, gli sposi, preceduti dal papàs e seguiti dai testimoni fanno un triplice giro attorno al tavolo dove è posto il Vangelo in segno di gioia, mentre canta l’ “Isaia”, che simboleggia la sacra danza con cui presso tutti i popoli antichi si soleva accompagnare ogni solennità religiosa. Terminata la funzione si ricompone il corteo e lo sposo prende per il braccio la sposa e la conduce nella nuova casa. Qui si svolge il banchetto nuziale echeggiante di vjershë e di canti augurali dedicati agli sposi. A Civita, in Calabria, viene cantata la vallja, la classica danza degli albanesi che si esegue tenendosi per mano e cantando in coro formato da tutti i convitati per onorare gli sposi.” I matrimoni erano tutti endogami, sia per salvaguardare la propria cultura, ma anche perché i contatti con le popolazioni locali erano quasi assenti.

Altro rito molto importante è il rito funebre, e anche in questo caso ho trovato tanti punti di contatto con i funerali meridionali. Le donne partecipavano con il proprio vestito migliore e un copricapo (skemandili), rigorosamente di nero, colore che avrebbero poi portato a lungo, per tutta la vita nel caso della vedova. Per un determinato periodo era vietato prender parte a manifestazioni pubbliche,perché irrispettoso verso il defunto. La morte rappresentava un momento di raccoglimento per tutta la comunità, invitata a vegliare a turno per l’intera notte. In passato venivano chiamate le prefiche, con il compito di piangere per tutta la funzione, e cantando le lodi del morto in una danza chiamata valleza.

Altra tradizione è la Carrese, detta anche corsa dei buoi,spesso interpretata come la rappresentazione delle le campagne militari degli stradiotti che combatterono in nome della fede cristiana. Nonostante i toni leggendari questa è una pratica contadina che rappresenta un vero e proprio rito di ringraziamento e allo stesso tempo propiziatorio. Al di là delle interpretazioni, è un rito molto sentito, i buoi vengono curati e prepararati tutto l’anno per la corsa, i quali, vengono portati davanti la chiesta per ricevere la benedizione, dopodiché può iniziare la gara con lo sparo della pistola del sindaco. Ci sono delle piccole sfumature diverse tra un paese e un altro , ma tutti sono accomunati dalla solennità e dal rituale con cui ci si prepara alla cerimonia, dalla realizzazione dei carri, dagli abbobbi floreali, dagli indumenti dei buoi.

Concludiamo questo viaggio con la la centralità della figura del condottiero Skanderbeg per la lotta cristiana contro l’Islam (definito da Papa Callisto III “Atleta di Fede”), ma soprattutto per esser stato paladino della causa albanese e della sua indipendenza e per la difesa dell’autonomia di tutte le tribù albanesi.”Il simbolo del popolo albanese nasce alla morte di questo grande condottiero e il popolo albanese ha voluto portare il lutto perenne nella bandiera del proprio paese. Il rosso rappresenta il sangue che Skanderbeg versò per difendere l’indipendenza, l’aquila è l’immagine dell’unione degli albanesi del nord e del sud, il colore dell’uccello è nero perché esprime il lutto nazionale per la schiavitù turca ed è sormontata dall’elmo di skanderbeg e per la sua eterna dignità. In ogni paese troviamo una statua o un busto del condottiero.

In vari comuni troviamo una statua o un busto dedicato al condottiero.

                    

Finisce qui questo viaggio ma l’Adriatico ci farà fluttuare tante altre volte perché, sempre come ci ha detto Predrag Matvejević “Se l’Atlantico o il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità»

Fonti e citazioni fluttuanti

I canti popolari arbëreshë (italo-albanesi) e la tradizione dei canti popolari italiani. Antonia Marchianò.

Albanesi d’Italia : comunità Arbëreshë fra vecchie e nuove migrazioni. Tesi di laurea di Alessandra Cesari .

Le colonie albanesi nel Regno di Napoli tra storia e storiografia. Francesco Mastroberti

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Immagini fluttuanti

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