Il Generale Giuseppe Gioacchino Grabinski #1 La Cappella Grabinski.

Il rapporto tra Polacchi e Italiani ha radici profonde, il loro legame tesse trami secolari, scrivendo pagine di storia. Tra tutti i popoli slavi, furono i russi e i polacchi a costituire la percentuale più alta di visitatori, di migranti, di combattenti, di artisti in Italia. Abbiamo già percorso le contingenze storiche tra i due popoli durante i fatti della seconda guerra mondiale, dell’impegno del  2° Corpo d’Armata Polacco prima e durante la Liberazione e della conseguente nascita di cinque siti cimiteriali polacchi sul suolo italiano.

Questo nuovo appuntamento fluttuante torna indietro nel tempo, nel XIX secolo, nello zibaldone dei moti rivoluzionari, innescati dagli ideali della Rivoluzione francese, quando l’Italia, ancora lacerata in svariate entità territoriali, all’ombra delle truppe napoleoniche, lentamente si incamminava verso la propria unità. Un’ Italia ancora smembrata, contesa, con un presente storico infausto, come la Polonia, cancellata dalle cartine d’Europa nel 1772, precedentemente russificata, poi pauperizzata e spogliata della propria identità. Un altro parallelismo tra i 2 paesi, e se le peripezie della Liberazione in Italia riconducono al nome del valoroso, temerario generale Władysław Anders, quelle dei moti rivoluzionari emiliani del 1831 riconducono al nome di Giuseppe Gioacchino Grabinski, figura superba della modernità, così come lo fu l’Alcibiade dell’antichità. Ardimentoso, ambizioso, insolente, vizioso, lussurioso, la sua vita percorre lungo un filo sottile tra realtà e dicerie. Il generale polacco meriterebbe un percorso monografico tra le aule universitarie, eppur è sconosciuto ai più. Le ricerche inerenti a questo personaggio mi hanno inabissato tra le sabbie mobili del materiale, in parte introvabile, in parte in polacco, in francese, unito al caos della mia mente. Alla fine ho deciso di dedicare due articoli distinti al nostro, uno di carattere storico, in cui percorreremo la sua vita atipica tra i vari campi di battaglia. Invece questo nuovo appuntamento partirà dalla sua morte. Perchè? Perché le sue spoglie hanno dato vita a uno dei progetti e delle realizzazioni più suggestive del Cimitero monumentale della Certosa di Bologna : la Cappella Grabinski.

L’Ottocento è un secolo decisivo per i cimiteri italiani e non, perché con il “Décret impérial sur les sépultures” del 12 giugno 1804, conosciuto come l’Editto di Saint-Cloud, si gettavano le basi della moderna legislazione cimiteriale, separando la città dei defunti da quella dei vivi, e a Bologna si inserisce nel luogo della Certosa, all’epoca già conosciuta per le alte espressioni del neoclassicismo europeo. Un posto speciale nell’arte cimiteriale europea, per il suo mélange tra espressioni tradizionali e il nuovo che avanza, tra tecniche pittoriche e decorative del luogo con il rinnovamento del modello canoviano. In questo clima culturale cimiteriale inedito, Giuseppe Mengoni dà luce al suo progetto. Un progetto dall’avviluppata esistenza, lunga diciotto anni, in un dilatarsi di tempi, senza i quali Giuseppe Mengoni non avrebbe avuto la possibilità di ideare e realizzare una delle opere monumentali più apprezzate della Certosa bolognese, commissionata dal figlio del generale stesso, Enrico Grabinski. Furono probabilmente l’amicizia o la conoscenza personale che su di lui fecero ricadere la scelta per l’incarico del sacello. In ogni caso, scelta giusta e felice. L’architetto fontanese aveva un temperamento forte e passionale, equipollente a quello del generale polacco, aspetti che avevano condotto entrambi a partecipare attivamente e appassionatamente ad eventi con l’obiettivo dell’ordine e della libertà del territorio emiliano-romagnolo e di quella che sarebbe diventata la nazione italiana. Probabilmente fu la persona più adatta per celebrare e imprimere il suo ricordo nella storia. Il generale Grabinski, che si era guadagnato l’affetto dei bolognesi guidando l’esercito insurrezionale nel 1831, moriva il 25 agosto 1843 nella sua tenuta a San martino in Argine, vicino il capoluogo emiliano. Giorni dopo veniva sepolto nella Certosa in un loculo provvisorio. Nell’agosto del 1846 veniva traslato nella cappella al numero undici della Loggia di levante della Certosa, che sarebbe diventata la sua dimora fissa. La scultura e il sacello vennero eseguiti molto dopo la morte di Grabinski, e si ritennero conclusi solo nel 1861.

Il progetto di Mengoni prevedeva una cappella con al centro un grande ritratto di marmo statuario dominante che avrebbe catturato lo sguardo per la sua magnificenza e per gli ideali trasmessi. Il giovane architetto si distingueva per la capacità con cui rappresentava e concretava idee ma, non essendo uno scultore, necessitava del sostegno di un ‘artista che condividesse la sua idea di movimento e sapesse dare anima al marmo. Saranno due gli scultori ad interpretare il suo pensiero : il carrarese Carlo Chelli e il bolognese Massimiliano Putti. Il primo darà vita alla figura del personaggio, il secondo fornirà la stabilità del basamento e del piedistallo, su cui troveranno posto i simboli per magnificare le qualità espresse in vita e le speranze dell’aldilà. Viene ritratto nel vigore dell’età giovanile, rispettando i tratti fisionomici de generale Grabinski, il taglio dei capelli, l’ampiezza della fronte, arcata sopraccigliare, le basette di moda all’epoca che sottolineavano gli zigomi. La scultura arricchiva i propri contenuti con una fusione tra pubblico e privato, ai caratteri fisici si affiancavano gli ideali vissuti, trasmessi con lo sguardo rivolto in alto, nella mano che stringe la bandiera e in quella che regge la spada con fermezza. Il risultato è un corpo dalle espressioni comunicanti energia e onorabilità, realizzato con stile neoclassico ma realistico e umano. Gli altri valori li ritroviamo nel piedistallo : la coppia di aquile è il simbolo della vittoria della luce sulle tenebre, del male sul bene; i due mazzi di rami di alloro, pianta sempreverde sacra al Dio Apollo, metafora di gloria e vittoria, ma anche rappresentazione cristiana della vita eterna. Il vasto sacello rappresenta un esempio eccezionale in Certosa sia per le dimensioni che per l’uso cospicuo del marmo.

L’epigrafe collocata sulla parete sinistra ricorda: “Ad Enrico del generale Giuseppe conte Grabinski. Vissuto LV anni, della cattolica religione osservantissimo, per la perizia di cose agrarie notevole, gentile di aspetto e di modi, marito e padre affetuosissimo. Sofia dei marchesi Potenziani che XXIV anni fu lieta della sua compagnia ed i figli dolorando, pregano da dio la eterna pace“.

A destra: “La contessa Sofia Grabinska, donna di alti spiriti, consolò la diuturna vedovanza con la vigile memoria del diletto marito. Attinse alla cristiana pietà, virile fortezza e serenità costante nelle sventure gravissime, ed effuse  su gl’indigenti il gran cuore, felice solo del giovar gl’infelici. Il X maggio MDCCCXCVIII suggellò di morte preziosa l’utile vita. Pregatele pace“.

Qualsiasi mia descrizione risulterebbe vana dinnanzi alla magnificente sontuosità dell’opera, che vi suggerisco di visitare e ammirare con i vostri occhi. Terminata la fluttuazione italo-slava cimiteriale, ci vediamo tra due settimane per percorrere il personaggio polacco nella sua fase “vitale”.

Buona lettura