Vladimir Pereladov e il Battaglione partigiano russo d’assalto : il lato dell’Est della Resistenza

La storia ci può portare lontano, molto lontano, ai tempi lontani, quando non eravamo ancora nati…E a lungo contempliamo, cerchiamo di capire, ciò che ci collega con il passato…Quanti anni, secoli, può contenere la memoria umana, prima che questi diventino qualcosa di ordinario e non riescano più a sfiorare le corde dell’animo? Che cosa può lasciare un segno indelebile nella memoria che non potrà mai svanire?” Con queste parole inizia il documentario “Bello Ciao” di Valeria Lovkova su Vladimir Pereladov. 

Chi è Vladimir Pereladov? Fino ad un anno fa ignoravo la sua storia, fino a un pomeriggio primaverile di studio, nel maggio dello scorso anno, presso la Biblioteca dell’Istituto Parri di Bologna. Durante la pausa ero andata a curiosare tra i libri che periodicamente mettono in offerta, tra questi uno in particolare attirò la mia attenzione: “Il battaglione partigiano russo d’assalto”. L’ho lasciato nella mia piccola “biblioteca slava”, ma dopo il 25 aprile di quest’anno ho deciso di leggerlo. Da questa lettura e dalla visione del documentario “Bello Ciao” ne è scaturito l’articolo.

Il racconto di Vladimiro(così chiamato da compagni e amici italiani) non è solo la storia avvincente, audace e coraggiosa di un giovane che ha combattuto per i suoi ideali, è soprattutto la testimonianza di una fraterna collaborazione tra uomini di nazionalità diversa, grazie alla quale venne abbattuto il nazifascismo in Italia. E in Italia la presenza degli slavi è stata fondamentale per la Liberazione (in due articoli precedenti ho parlato del 2 Corpo d’armata polacco, del loro arrivo a Bologna e della precipua battaglia di Montecassino).

“Il seme della fraternità tra i partigiani italiani e i combattenti sovietici che parteciparono alla guerra di Liberazione nel nostro paese ha generato radici profonde e durature […] e che ha consentito lo stabilimento tra i due paesi di rapporti che si estendono in varie direzioni, politici, economici, culturali, turistici.” Come ben sappiamo, lo scambio culturale tra Italia e mondo slavo ha secolari radici fluttuanti, il secolo scorso ha dato queste ondeggiamenti poco felici, ma come ci ha detto Vladimiro “Purtroppo, le guerre, i conflitti militari, sono una forma di esistenza della civiltà umana.”

In seguito all’armistizio dell’ 8 settembre 1943 molti prigionieri alleati nei campi di concentramento italiani scelsero la strada della fuga, mentre un’altra parte decise di rimanere sul suolo italiano per combattere il nazifascismo. Molti di essi erano sovietici. Uno di questi era Vladimir Pereladov.  Nacque nell’ottobre del 1918 nel villaggio di Morozovo, ma rimase orfano in tenerissima età e divenne figlio del reggimento, presso il battaglione militare di stanza a Berdsk. All’inizio della Grande Guerra Patriottica Vladimir era all’ultimo anno dell’Istituto di pianificazione a Mosca ma, appresa la notizia dell’aggressione da parte delle truppe della Wehrmacht nell’estate del 1941, lui e i suoi compagni non si tirarono indietro e vollero arruolarsi subito come volontari. Nacque la Divisione volontaria Bauman composta da studenti e docenti e fu probabilmente la divisione più istruita al mondo. La divisione ebbe  vita molto breve. Solo all’inizio dell’ottobre 10000 patrioti moscoviti si addormentarono per sempre lungo le strade di Smolensk, e il reparto di Vladimir venne circondato dal nemico durante i cruenti combattimenti presso il villaggio di Vskoda. Sopravvissero poco più di cento uomini, di cui furono vani i tentativi di fuga per i boschi. Vennero accerchiati dai nemici, costretti a una prigionia lunga e terribile durata due anni, dove si susseguirono torture, intimidazioni, vessazioni. “[…]per ricordare le sofferenze sopportate a quei tempi da molti miei compatrioti, e per far comprendere quanto fosse grande l’odio che in noi si accumulava contro il nemico che umiliava e martirizzava non solo la popolazione civile, ma anche chi si trovava entro il filo spinato.”

Come mai migliaia di cittadini sovietici arrivarono in Italia dai campi di prigionia sul fronte orientale?

Dopo il primo anno di superiorità, di apparente vittoria da parte dei nazisti e di una cospicua perdita umana nelle file sovietiche, il corso della storia prese un’altra strada. Stalin riorganizzò lentamente e potenziò le forze dell’Armata Rossa ,dopo la grande vittoria nella battaglia di Stalingrado, terminata il 2 febbraio 1943, sferrò una continua serie di offensive che riuscirono a indebolire l’esercito tedesco. Le truppe della Wehrmacht dovettero indietreggiare verso Ovest, portandosi dietro i prigionieri di guerra.

Nel frattempo in Italia la fascinazione per la figura del Duce cominciava la parabola discendente del suo tragitto. All’inizio dell’Operazione Barbarossa Mussolini volle dispiegare una grande unità del Regio Esercito sul confine orientale, conosciuto poi come ARMIR. Mussolini non aveva competenze belliche, inviò sul fronte orientale un esercito impreparato, con mezzi desueti, dando per certa la vittoria della Wehrmacht in poche settimane. I giovani soldati italiani andarono incontro a una morte per congelamento e il manto di neve seppellì i loro corpi, nel silenzio eterno delle steppe sovietiche. Una generazione falcidiata dal dettame dell’odio. Indimenticabili alcune strofe della poesia L’Italiano del poeta russo Michail Svetlov […]Quali venti malvagi ti hanno portato alla mia terra nativa?Quello che ho fatto ha una giustificazione – tu mi hai attaccato e io ho dovuto difendermi. I fiumi , i laghi, il cielo così azzurro/I nostri campi, le fattorie/Avrei voluto esserti amico, piuttosto che farti male.[…]Avresti potuto vivere una vita felice, ma ora qui, sulla tua tomba/ora sta infissa una croce, tua madre piange senza di te, un giorno dopo l’altro.”

La carneficina italiana del Fronte orientale fu fatale per il regime, in Italia il malcontento verso Mussolini aumentava giorno dopo giorno. Nell’estate 1943 sbarcarono gli Alleati in Sicilia, dividendo l’Italia in due parti, un Sud libero dal regime e un Nord oppresso dai tedeschi in un vortice di violenza crescente. L’8 settembre venne firmato l’armistizio e le montagne divennero il territorio della Resistenza. Al momento dell’armistizio sul territorio italiano erano presenti molti prigionieri di guerra russi e molti civili russi, impiegati dalla Todt nella fortificazione dei sistemi difensivi tedeschi, all’interno e sulle coste.

L’Emilia Romagna fu un territorio fertile, lì venne fortificata la Linea Gotica dai nazisti dove iniziò l’azione partigiana, causa abbracciata anche dai pochi militari che riuscirono a tornare dal fronte orientale.

Vladimir era arrivato insieme ad altri in qualità di prigioniero impiegato nei lavori di fortificazione della Linea Gotica. Rispetto alla prigionia disumana precedente, il regime era più tranquillo e meno controllato, la fuga non rappresentò un problema, soprattutto grazie all’aiuto dei partigiani locali. Mi aiutarono premurosi a raggiungere la casa più vicina, mi fecero indossare abiti da contadino e mi accompagnarono a Sassuolo in provincia di Modena; fui preso in consegna da un vecchio meccanico di biciclette, Quirino Dini, che mi trattò come un figlio.” Quirino e Rosa Dini erano genitori che da poco avevano perso il loro figlio coetaneo sul fronte orientale, inviato forzatamente dal regime fascista. Accudirono il giovane russo, reso disabile dalle due prigionie subite, ma le loro cure lo rimisero in sesto. Il risentimento non si era mai placato e sapeva di altri giovani soldati sovietici ospitati nelle zone circostanti dell’appennino modenese. Fu proprio lui a proporre la creazione di un battaglione di partigiani russi. Nella primavera del ‘44 , incaricato dal Comando partigiano, cominciò a scrivere volantini per i compatrioti disseminati in Emilia Romagna nei campi di prigionia, che venivano consegnati dalle staffette. “[…]Fuggendo dalla prigionia voi avvicinerete l’ora della vittoria definitiva sul nemico. Fuggite dai tedeschi ed unitevi attivamente alla lotta per la nostra giusta causa. Combattendo con le mani in pugno voi laverete ogni macchia nera e tornerete con tranquilla coscienza in patria. La nostra Patria non dimenticherà coloro che fuggendo dalla prigionia prenderanno le armi in mano e combatteranno per la causa comune. Facendo vedere questo volantino, i patrioti italiani vi faranno giungere sulle montagne. Prendete la coraggiosa decisione e raggiungete i partigiani! Morte agli occupanti tedeschi fascisti! Vladimir Pereladov , ex prigioniero di guerra, ufficiale dell’Esercito sovietico.” Il suo volere era la creazione di un gruppo partigiano russo di ex prigionieri fuggiti. La primavera del 1944 fu un periodo di grandi operazioni politiche, dapprima l’attacco alla guarnigione fascista di Frassinoro, dove parteciparono diversi prigionieri russi.

Dopo Frassinoro si formò ufficialmente il “Battaglione partigiano russo d’assalto”, protagonista indiscusso delle vicende di Montefiorino, dove il nemico si era ben fortificato. Agli inizi di giugno le forze partigiane modenesi al comando di Armando avevano scacciato i nazifascisti da buona parte dell’appennino modenese. Ma sulle strade camionabili era ancora ben radicata la presenza nemica, e al centro di esse di trovata Montefiorino, occupata da un centinaio di fascisti armati. Qui iniziarono una serie di operazioni, dove furono fondamentali coraggio, tenacia e valore dei ragazzi russi. Il 5 giugno 1944 il comando partigiano emanò l’ordine di occupare Montefiorino. I nemici erano ben arroccati nel castello medievale e dalle sue grosse mura. L’impresa si presentò ardua e l’epilogo che conosciamo fu possibile solo grazie agli sforzi coordinati dei partigiani italiani e del battaglione russo. Inizialmente vennero cacciati i nemici dagli edifici in pietra, che scapparono subito. Ma il castello rimaneva inespugnabile, e dopo tre giorni di combattimenti e diverse perdite, venne presa la decisione di prendere d’assalto il castello. I partigiani aprirono fuoco con fucili e mitra e si lanciarono al portone d’accesso al grido dell’ “Hurrà” russo. I fascisti vennero imprigionati e ci fu un clima di feste per tutte le vie della cittadina, i russi vennero accolti con il sorriso e vennero sistemati nella villa.

Con la liberazione di Montefiorino, Frassinoro e altri comuni adiacenti venne costituita la Repubblica partigiana di Montefiorino, la prima repubblica libera italiana. “L’entusiasmo era al massimo. Una posizione chiave , e cioè un incrocio di tre importanti strade camionabili, era passata nelle mani delle forze partigiane.”

Il nemico non avrebbe guardato a lungo come semplice spettatore e dopo un breve intervallo di calma diedero inizio a una controffensiva violentissima. All’alba del 5 luglio un battaglione delle SS della divisione Göering cominciò un attacco presso Piandelagotti. Erano superiori in termini di unità e armi, occuparono la borgata e incendiarono case, fucilarono indistintamente i civili, saccheggiarono le famiglie. Vladimir e i suoi uomini(in accordo con i partigiani italiani) optarono per una carica alla baionetta, sostenuti dal fuoco delle armi italiane. “Al grido di Hurrà ci lanciammo impetuosamente all’attacco all’arma bianca. Il poderoso Hurrà russo e il nostro impeto decisero a nostro favore l’esito del combattimento. I tedeschi restarono sbalorditi dalla nostra apparizione. Essi non avrebbero mai supposto che negli Appennini italiani sarebbe risuonato l’urlo russo. Cominciarono a darsi prigionieri.” Il combattimento di Piandelagotti ebbe una grande risonanza, i tedeschi presero coscienza che i partigiani non erano disorganizzati e sprovveduti come avevano creduto e il battaglione russo accrebbe le proprie file. Giunse Anatoli Tarasov, già attivo nei reparti partigiani dei Fratelli Cervi. Era un uomo istruito con una buona conoscenza della lingua italiana, un valore aggiunto importante. Venne nominato commissario politico del reparto russo. Il cielo era terso in quei giorni, i partigiani controllavano tutte le strade che collegavano Modena alla Linea Gotica, il battaglione era arrivato a comprendere 150 unità, non solo sovietici, ma anche jugoslavi e cecoslovacchi, ma le nubi dei nazisti erano pronte a oscurare nuovamente la nitidezza. Il 29 luglio i tedeschi attaccarono Montefiorino da nord lungo la strada della valle del Secchia, da ovest puntarono contro Villa Minozzo e da sud contro Ligonchio. Dopo tre giorni di duri combattimenti le due divisioni tedesche, dotate di carri armati e cannoni, ebbero la meglio sulla Repubblica, i cui difensori disponevano solo di armi leggere. Nonostante la fuga di fascisti e nazisti alla vista di alcuni membri inferociti del Battaglione, i partigiani erano accerchiati ovunque. Dal Comando centrale arrivò l’ordine di lasciare le sedi di Montefiorino e dirigersi verso Bologna. Di notte vennero seppelliti i giovani partigiani caduti e poi partirono, come da ordini. Per quell’azione erano state schierate le tre divisioni più sanguinarie delle SS, più i reparti fascisti. Dal luglio al novembre ci furono tanti furiosi scontri in cui perirono diversi combattenti, e la presenza del battaglione russo mostrò più volte la sua forza. Era necessario spezzare i collegamenti e interrompere le comunicazioni dei tedeschi, far saltare i ponti cruciali per il nemico : questo fu il compito assegnato ai russi. Riuscirono a far saltare il viadotto presso la borgata di Palagano. Continuarono l’avanzata e le forze partigiane si unirono alle truppe alleate oltre la linea del fronte. Inizialmente il battaglione russo si occupò di bloccare i nemici nelle retrovie, in modo da creare confusione sull’avanzata dei partigiani e degli alleati. Nel freddo novembre 1944 anche il battaglione poté passare la linea del fronte. Contava circa 400 uomini e scesero verso la Toscana, poi Roma e finalmente Salerno, dove si imbarcarono per tornare in patria. Il 15 aprile 1945 fece ritorno in Unione Sovietica, rimanendo per tre anni ricoverato in un ospedale militare e riprese gli studi interrotti. Vladimiro è tornato spesso in Italia, sono da ricordare le celebrazioni del XX anniversario della nascita della repubblica partigiana di Montefiorino, durante la quale ricevette una medaglia d’oro e una pergamena con scritto :

Il Comitato Provinciale per le celebrazioni del ventennale della lotta di liberazione consegna, a nome delle forze della Resistenza e della popolazione modenese, questa medaglia d’oro al comandante Vladimiro Pereladov in segno di riconoscenza per l’attività e il contributo dato dalla valorosa formazione sovietica che assieme ai partigiani della provincia di Modena combatté nel territorio della repubblica di Montefiorino per affermare gli ideali universali della giustizia, della libertà e della pace.”

In questi giorni la Russia è in fervore per i festeggiamenti della vittoria nella Grande Guerra Patriottica, ho voluto cogliere l’occasione per parlare di uno dei tanti contributi che la Resistenza italiana ricevette dall’estero e per ricordare i combattenti slavi che dormono sotto l’ombra di un bel fior.

Torneremo spesso a fluttuare da queste parti.

Fonti e citazioni fluttuanti

Il Battaglione partigiano russo d’assalto, Vladimir Pereladov

http://www.cnj.it/PARTIGIANI/monumenti/sovietici.htm

Bello Ciaoregia di Valeria Lovkova

Foto fluttuanti

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